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IL "CAMMINO" ... secondo Benito Marziano

Premessa di Francesco Urso ... in arte "Ciccio": TU CI VERRESTI AL CAMMINO?
Amici pellegrini (e non) conoscete la situazione tipica di quando si incontrano due persone, una preda dell'esperienza del cammino e l'altra persona senza alcuna idea di cosa esso sia? 
Il pellegrino che ha fatto quell'esperienza ne vuole sempre parlare e tante volte il suo entusiasmo, come ben avrete sperimentato, va oltre ogni logica e... e allora? Può venir fuore una domanda come questa: "Tu ci verresti al cammino?".
E' quello che è successo a me! Io quella domanda la feci, ma guardate un po' cosa mi successe...
Il resoconto di quell'accadimento fu fatto anche per iscritto, ecco perché ne è rimasta traccia (magia della scrittura!)
Capita raramente che si possa dialogare con un amico ad un così alto livello, e ciò può essere possibile se l'autore sa anche di letteratura, anzi, di letteratura anche vive, come lo scrittore e anche poeta Benito Marziano, mio amico, che partecipa da sempre agli incontri culturali in pizzeria di "AVOLA IN LABORATORIO", un gruppo culturale che dal 1994 ruota attorno alla mia Libreria Editrice, e che si riunisce ogni mercoledì di fine mese in una pizzeria quasi sempre diversa. 
Domenica 11 dicembre Benito Marziano parteciperà assieme ad altri poeti-scrittori al nostro RADUNO ad Avola...
Qui di seguito potete leggere un suo intervento sul "Cammino" che presentò a fine novembre del 2006 per un 
Mercoledì letterario in pizzeria su quel tema a noi "furiosamente" caro.
In quel caso, in diretta, tutti avemmo dimostrazione di ottima letteratura nella vita, e, viceversa, di vita della letteratura.
Ringrazio ulteriormente Benito per come liberamente interpreta con garbo un argomento di cui molti di noi sappiamo essere oltremisura interessati. 
Questa è la trascrizione di quel suo intervento. 

Una sera di qualche anno fa essendo andato, come spesso mi accade, da Ciccio, in libreria, entrando lo sentii parlare con grande entusiasmo di “cammino”.
Pensai a una normale chiacchierata dove, per un qualche caso fosse entrata quella parola, e non detti alcuna particolare attenzione alla conversazione, non ricordo chi erano gli altri amici che partecipavano alla chiacchierata, che poi, almeno in quel momento, era in realtà un monologo di Ciccio.
A voler essere più cortese verso l’amico avrei dovuto seguire meno distrattamente il suo discorso, se non altro per quella sorta di eccitazione che solo parlare di quell’argomento sembrava gli procurasse. Invece, come sono solito fare quando mi reco in libreria, anche quella sera, dopo i rituali saluti agli amici presenti e a Ciccio, mi dedicai a quella piacevole mia prima occupazione entrando in quel luogo, andare, cioè, alla ricerca delle novità librarie, leggerne i risvolti di copertina, consultarne gli indici allo scopo di intuirne, per quanto possibile, i contenuti e stimare se possono essere conformi a quelli che sono i miei interessi.
Mi ero, pertanto, subito estraniato e non avevo più colto una sola parola di quanto si dicesse attorno a me. Per cui, quando Ciccio mi rivolse all’improvviso e in modo diretto, a bruciapelo, si potrebbe dire volendo creare un po’ di tensione emotiva negli ascoltatori, o se preferite di suspence, la domanda «Benito, tu ci verresti al cammino?» colto di sorpresa, mi scossi, come richiamato alla realtà, ma rimanendo interdetto senza riuscire ad afferrare pienamente cosa mi avesse chiesto e, di conseguenza, senza sapere cosa rispondere.
Fino a quel momento, infatti, il termine “cammino” era sempre stato per me qualcosa di vasto e di impreciso.
Nella mia logica di pigro avevo sempre dato una connotazione molto vaga, più metaforica che reale a quel termine, direi che i cammini che conoscevo erano, che so: il cammino della vita, per esempio; e poi la metà di questo cammino, come ce lo ricorda il poeta per antonomasia: “nel mezzo del cammin di nostra vita…” fra l’altro assai brutto questo da ricordare, tanto più per chi come me già allora si avviava a completare l’altra metà; quindi il cammino per raggiungere uno scopo; e poi il retto cammino; e il cammino del vizio; il cammino della virtù; e quello che ricordavo di un vecchio film dei tempi della mia adolescenza: il cammino della speranza.
Altri cammini proprio non mi erano mai frullati per la testa, e non mi frullavano neanche quella sera. Conoscendo, però, certe abitudini domenicali a me poco o, meglio, per niente confacentesi di Ciccio e di altri amici, subodorai qualcosa di preoccupante, mi si affacciò alla mente quell’altro cammino, quello che comporta movimento e che io avevo sempre cercato di ignorare, e “prestamente” (per dirla con un avverbio che piacerebbe al comico Albanese), mi posi in difesa: “niente niente - pensai - mi vorrebbe far fare qualche sfacchinata? suonnu, Catarina!” conclusi la mia riflessione. E, non certamente per offrire il fianco a qualche sua insidia, ma solo per quella cortesia che non mi fa difetto,
gli chiesi «di che cammino si tratta?»
«Il cammino di Santiago» mi rispose.


Mi ritrovai per un attimo nella medesima angoscia che strinse, a suo tempo, don Abbondio quando, leggendo I promessi sposi si imbatté in Carneade. Soltanto che non avendo, io, le remore di quello a pensare ma anche a pronunciare alcune parole, la domanda che mi posi, analoga a quella sua, nella mia testa risuonò con una parola in più che qui non mi permetto di ripetervi in originale ma in forma, diciamo, edulcorata: “Santiago? Chi - e qui aggiunsi la parola - cavolo era costui?” Ma quella sera, trovandoci fra amici e in fascia non protetta, come l’avevo pensata, nuda e cruda, quella parola, la dissi.
Ciccio, facendosi una risata, mi spiegò che si trattava di Santiago di Compostela, località del nord-ovest della Spagna da raggiungere partendo da una località al confine tra la Spagna e la Francia.
Ebbi un respiro di sollievo, andare in Spagna non mi sarebbe dispiaciuto, perciò gli risposi «beh, è cosa che si può fare, ma – gli chiesi – perché arrivare fino in Francia e poi di nuovo prendere un altro mezzo per andare a questa Santiago? Non c’è un volo diretto Catania Santiago, o quanto meno lì vicino?»
Altra risata di Ciccio che mi chiarisce trattarsi di un percorso che si fa per pellegrinaggio tutto a piedi in varie tappe, si parte da una località francese al confine con la Spagna e si conclude a Santiago per un totale di “poco più di ottocento chilometri”, mi disse proprio così “poco più di ottocento chilometri”, certo, secondo lui, per incoraggiarmi, come pensasse che io gli ottocento chilometri me li sarei fumati nella pipa, come si dice, e “m’avissiru aggruppatu”, quelli oltre gli ottocento, che però, mi assicurava, erano soltanto “poco più”.
Per qualche minuto ammutolii, poi pensai a uno dei suoi soliti scherzi, ai quali sovente si dedica.
Ma, guardandolo in volto, capii che la questione, contrariamente a come diceva Flaiano della situazione, non solo era grave ma anche seria, e poteva essere anche pericolosa, specialmente tenendo conto delle capacità affabulatorie e coinvolgenti che a Ciccio non si possono disconoscere.
Ma fu solo un attimo di smarrimento, perché fui, subito consapevole che su quel fronte sarei stato come torre ferma che non crolla / giammai la cima…” ecc. ecc. e nessuno, pertanto, sarebbe riuscito a demolire le mie difese al riguardo.
E gli dissi, a quel punto, che veramente sarebbe stato più facile che non uno, ma tutta una carovana di cammelli fosse passata per la cruna di un ago prima che il sottoscritto potesse solamente pensare di fare magari “soltantamente” (sempre alla maniera che piacerebbe ad Albanese), i “poco più” di chilometri.
Quel tipo di cammino, in quel senso là, gli dissi, è cosa molto lontana dalle mie abitudini, dalla mia logica, dal mio modo stesso di essere, e che, inoltre, per quel particolare cammino che lui mi stava proponendo, mi mancavano la volontà, le gambe, e le motivazioni spirituali o mistiche, e questo anche se si fosse trattato di ottocento metri.
Perché, in definitiva, io ritengo che camminare sia una questione di “cinesi”, non di cinesi nel senso di coloro che vivono in Cina e che di volta in volta troviamo cattivi o buoni a seconda dei nostri interessi, per cui, ad es., troviamo che non rispettano i diritti civili, perché lì si fanno lavorare gli operai per due soldi, e poi vengono qui a vendere le loro merci per due soldi, questa sì cosa molto grave per i democratici nostrani; ma se i nostri imprenditori vanno là a fare le loro fabbriche, e grazie al non rispetto dei diritti civili, anche loro pagano gli operai per due soldi, e però poi quelle merci prodotte con due soldi le portano qua e ce li fanno pagare fior di euro, beh, in questo caso i nostri bravi democratici ai diritti civili non ci pensano più.
Ebbene, tornando indietro, questione di cinesi, dicevo, nel senso, cioè, di “predisposizione cinetica”, di bisogno e voglia di movimento, di camminare, e quindi c’è chi questa predisposizione ce l’ha e gli piace camminare; c’è chi non ce l’ha e, come il coraggio di manzoniana memoria, non se la può dare, e camminare non gli piace.
Però c’è anche da dire che ci sono tanti modi di camminare. C’è un amico che sere fa in libreria ebbe a dire (Ciccio l’ha subito trascritta quella frase, perché Ciccio, per chi non lo sapesse, ha anche la funzione di scriba e quando ritiene qualche cavolata in libertà, lì detta estemporaneamente, degna di essere tralasciata ai posteri, immediatamente ne prende nota e ne fa una specie di manifestino e lo attacca alla parete alle sue spalle), quindi, disse, quell’amico, che “il camminare non è una filosofia”. Ebbene io non so se il camminare è o non è una filosofia, ma penso che forse potrebbe esserci una filosofia del camminare.
Dal che ne deriverebbe che ciascuno di noi cammina secondo una sua particolare filosofia, visione, e quindi secondo una personale pratica del camminare. La mia filosofia del camminare, e quindi la mia pratica è una particolare maniera di camminare che mi si confà e che prediligo. Cammino in un modo diverso da altri e, per me, molto piacevole, cammino come? da seduto! E lo faccio quotidianamente, non salto un giorno.
Durante la giornata, non appena ho un po’ di tempo mi siedo in una poltrona o in una chaise longue, che poi è semplicemente una sedia sdraio, ma vuoi mettere, chaise longue fa più chic, e mi permette anche di mostrare un certo possesso delle lingue, prima ho detto pure suspence, e altre due o tre parole vi garantisco che le conosco. Perciò, dicevo, mi spaparanzo in poltrona, d’inverno; nella chaise longue d’estate, all’aperto e così cammino.
Per ore e ore, mi diverto un mondo, ma mi stanco pochissimo, quasi niente, e sudo anche meno. Una sola volta sì mi stancai e sudai pure, e fu proprio l’estate successiva a quella sera, quando Ciccio e Liliana andarono veramente a fare il cammino. Io glielo avevo promesso, quella sera, che sarei stato loro vicino durante quel viaggio, e mantenni la promessa: ogni pomeriggio a camminare con loro.
Ma la strada era tanta, e mi stancai parecchio. Ma solo per quel primo loro viaggio li segui, però, quattro cinque anni fa, un’estate veramente sfiancante per me. Perciò quando ci sono tornati per la seconda volta, un paio di anni fa, mi sono tanto dispiaciuto, ma lo dissi loro subito «questa volta non posso farvi assolutamente compagnia, tenete conto anche che sono più anziano e non voglio correre rischi per la mia salute».
Intanto, dal primo di questi viaggi Ciccio era tornato avendo arricchito le sue conoscenze anche direttamente “sul campo”, direi, perciò cominciò a parlare, ora, di “camino”. La prima volta che gli sentii dire questo termine, povero me, ricaddi per la seconda volta in un qui pro quo, perché, digiuno come sono dell’iberico idioma, pensai al camino come: piano attrezzato per accendere e conservare il fuoco all’interno di un ambiente, sormontato da una cappa (definizione del Devoto – Oli);
per me, invece, anche: attrezzo che evoca immagini di piacevole suggestione, di serate da trascorrervi davanti in dolce compagnia (non necessariamente illegittima), seduti, alla sola luce del fuoco, su comodi e spessi cuscini poggiati su un morbido tappeto, a sorseggiare cognac, vagheggiando già da subito le logiche appaganti conclusioni che non dovranno mancare (magari sullo stesso tappeto), certamente con le ossa, dopo, un po’ dolenti e con un fastidioso bruciore degli occhi lacrimanti, ché, caratteristica di tutti i camini, i tiraggi di questi dannati attrezzi non funzionano mai come dovrebbero, e il fumo oltre a riempire gli occhi, impregna talmente gli abiti che dopo si puzza come i vecchi pastori di un tempo dopo che avevano fatto la ricotta. Anche se, a voler scavare a fondo, sempre di ricotta si tratterebbe, e oltre.
Che inutile evocazione, che inutile fantasiare del pensiero e dei sensi. Doccia fredda: Ciccio mi chiarisce che “camino” è soltanto l’equivalente spagnolo dell’italiano “cammino”.
E tuttavia, nonostante Ciccio, il mio piacere di camminare, ma al modo mio, non l’ho perduto.
E non ho smesso di farmi la mia brava passeggiata quotidiana, d’estate e d’inverno. Passeggiata che mi sento di consigliare a quanti voglio bene.

( Noto, dal ristorante pizzeria “Al carretto”, 29/11/'06)

Benito Marziano


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